
Ciò che già oggi è certo ed assodato è che fu la madre di Francesco Baracca, la Contessa Paolina, nel 1923 a regalare come portafortuna all’ingegner Enzo Ferrari il marchio del “Cavallino Rampante”, quello che poi diventerà uno dei cento marchi più famosi al Mondo.
Ma da dove Baracca prese spunto per quel marchio? Secondo diverse documentazioni risale al maggio 1917 la prima apparizione della decorazione di un cavallo rampante, dipinta da parte dell’Asso dell’Aviazione Italiana sul proprio velivolo; la tesi più conosciuta sino ad ora sostiene che Baracca lo copiò dallo stemma della Reale Cavalleria del Piemonte di cui lui era membro, stemma che raffigurava un cavallo bianco su sfondo rosso, immagine che poi lo stesso aviere avrebbe invertito nei cromatismi.
Ma la tesi che invece sostiene Della Schiava nel proprio libro è che Francesco Baracca si sarebbe invece ispirato ad uno stemma prelevato dalla carcassa di un aereo tedesco da lui abbattuto. “All’epoca si sosteneva – scrive Della Schiava – che alla quinta vittoria ottenuta, il pilota veniva ufficialmente proclamato “Asso” ed aveva il diritto-dovere ad utilizzare come proprio stemma, il simbolo, l’emblema del nemico sconfitto; Baracca fu un autentico “romantico” e uomo d’onore per cui si atteneva sempre scrupolosamente alle tradizioni ed i riturali delle regole Cavalleresche”.
Della Schiava, prendendo atto della totale assenza di notizie e riscontri che mettessero in relazione il “Cavallino Rampante” con la Carnia, ha pensato bene di scavare ed indagare. E così verificando la lista ufficiale delle vittorie nei cieli compiute da Baracca emerge che la quinta, quella che gli valse proprio l’appellativo di “Asso”, venne messa a segno guardacaso in Carnia, nella Val Chiarsò in particolare.
“Era il 25 novembre del 1916, verso le undici e trenta, sopra i cieli tra Piedim e Lovea, frazioni di Arta Terme, quando Francesco Baracca, decollato dall’aeroporto di S. Caterina (Udine), in volo verso il Pal Piccolo dov’erano in corso combattimenti, scorse sopra Tolmezzo tre aerei che lo stavano bombardando, dandosi in seguito alla fuga. Baracca ne inseguì uno che cercava di rientrare oltre confine (proveniva da Villaco). Si trattava di un aereo Austroungarico N. 68.03 della Flik 16, un Hansa –Brandenburg C1 con a bordo il pilota comandante Friz Fucs e il mitragliere osservatore Kalman Sarcozy. Ci furono scambi di mitraglia e all’altezza della zona del Monte Sernio, Baracca lo colpì. Il velivolo precipitò planando disordinatamente, finendo la sua corsa contro alcuni alberelli sul greto del torrente Chiarsò. Nel pomeriggio Baracca giunse a piedi (da Stazione Lovea) a rendere omaggio agli aviatori vinti e a ispezionare i resti dell’aereo; apprese che il pilota era in fin di vita mentre l’osservatore-mitragliere che era con lui aveva ferite, “Ma se la caverà” scrisse poi Baracca. I due vennero quindi portati dalla gente del luogo, nell’ospedale militare di Salino”.
Ecco che proprio ispezionando quei resti, secondo la leggenda fatta emergere da Della Schiava, “Baracca strappò dalla carlinga il logo dipinto sulla telacerata e se lo portò con se”. L’autore del volume, documentando con altri spunti ed informazioni interessanti la tesi, lascia infine ad ognuno le proprie considerazioni. Nel frattempo il Circolo Culturale “il Dubbio” in collaborazione con varie associazioni della Val Chiarsò e diversi appassionati di storia, nei giorni scorsi, ha organizzato un momento in ricordo dell’ Asso dell’Aviazione Italiana, installando una targa, nell’ora e nel punto esatto dove 95 anni fa, Baracca abbatteva il suo quinto aereo austroungarico.

Baracca fu il pilota Italiano che ottenne il maggior numero di successi, abbattendo 34 aerei. Morì a trent’anni, colpito durante una missione il 19 giugno 1918. Precipitò sul Montello, in provincia di Treviso e venne ritrovato solamente cinque giorni dopo (il 23 giugno).
05/12/2011 20:43:29, Franca Ruffino
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