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Krsko, rischio nucleare

Krško (Slovenia).
Rischio nucleare a 130 km

Uno studio di qualche anno fa, del medico Giuseppe Nacci, già ipotizzava scenari da apocalisse in caso di rottura del reattore sloveno con dispersione di radioattività. Krško (Slovenia). 
Rischio nucleare a 130 km RISCHIO NUCLEARE A 130 KM

Dopo l'incidente di giugno 2008 nella centrale di Krško, in Slovenia, uno studio realizzato dal medico nucleare Giuseppe Nacci  ripropone la questione sulla sicurezza delle centrali nucleari di seconda generazione.

E' il giugno 2008, la Commissione europea annuncia di aver ricevuto una segnalazione di un incidente alla centrale nucleare di Krško, Slovenia. Il messaggio d’allerta nelle ore successive rientrerà, nessuna fuga radioattiva rilevata. Le autorità slovene comunicheranno in seguito che le procedure di spegnimento del reattore della centrale sono state completate e la situazione è sotto controllo. L'impianto di Krško è stato «chiuso a scopo cautelativo» dopo che si era verificata una perdita nell'impianto di refrigerazione, l'evento è stato classificato a livello 0 (deviazione non significativa per la sicurezza) nella scala INES dell'IAEA. Tutto si è risolto per il meglio ed stata riattivata il 9 giugno ma in Italia, a pochi giorni di distanza tra l’altro dall’annuncio da parte del Governo di voler ritornare all’energia dell’atomo, divampa la polemica ed in Friuli Venezia Giulia in particolare, il cui confine dista da Krško circa 130 chilometri, si accende il dibattito su un’eventuale rischio di Fall out nucleare, sulle relative conseguenze e contromisure. Nel 1989 il dottor Giuseppe Nacci, specialista triestino in medicina nucleare, predispose uno studio, ri-aggiornato di recente, sui rischi delle radiazioni nucleari e sulle misure di protezione civile per Trieste ed il Friuli orientale in caso di possibile emergenza. Alto Friuli ve lo propone in esclusiva, in sintesi.

• SCENARIO
Delle tanti centrali nucleari che costellano l’Europa, la più vicina a noi è quella di Krško, situata a 138 km ad est di Trieste. Supponiamo che in tale centrale venga a crearsi l’incidente più grave che possa accadere in un reattore ad acqua anziché a base di sodio, e cioè la perdita totale dell’acqua usata per raffreddare il nocciolo di uranio. Nella disgraziata eventualità, nonostante l’arresto rapido del reattore mediante la caduta nel suo interno delle barre di controllo, il nocciolo di uranio si surriscalda e fonde. Il materiale fuso perciò entra in contatto con l’acqua delle turbine che si trasforma in vapore. Di qui la successiva esplosione di vapore e lo scoperchiamento del recipiente di contenimento, con conseguente fuoriuscita all’esterno del materiale radioattivo.

• DANNI
Se la potenza stimata del reattore corrispondesse ad 1 GigaWatt, nell’aria verrebbero immessi un terzo di tutti i nuclei radioattivi presenti, che secondo il rapporto Rasmussen del 1975, ammonterebbero a circa 1 miliardo di Curie (a Chernobyl nel 1986 l’impatto fu 20 volte inferiore, “solo” 50 milioni i Curie fuoriusciti). La nube radioattiva presenterebbe un’estensione di contaminazione pesante, o zona nera, di 68 km di terreno sottovento al punto zero (quello dell’esplosione).

• LIVELLI DI CONTAMINAZIONE
Il confine orientale del Friuli, distante da Krško per un minimo di 138 km (Trieste), per un massimo 150 km (Tarvisio), sarebbe soggetto a tre livelli di contaminazione, tenendo conto naturalmente delle diverse curve di decadimento del Fall-out da centrale atomica. Con un debole vento di 6 km/h proveniente da est l’Italia non verrebbe raggiunta dal Fall out. Ma già con un vento costante di 15 km/h proveniente da est, la contaminazione radioattiva andrebbe da Trieste a Tarvisio, fin quasi a Tolmezzo, investendo in circa 8-10 ore una buona metà del Friuli, compresa Udine, e presentando un livello di contaminazione che si definisce Fall out giallo (0,5 RAD /h). Nei quattro giorni successivi la dose di radiazioni complessivamente assorbiti da ogni abitante andrebbe da 10 a 50 RAD, di cui circa la metà presi nel primo giorno. Con un vento costante di 30 km/h , la contaminazione radioattiva abbraccerebbe tutto il Friuli e una piccola parte del Veneto (Treviso e Venezia), ma presenterebbe ancora il medesimo livello di contaminazione visto sopra. Con un vento costante di 50 km/h sempre proveniente da est, la contaminazione radioattiva andrebbe di nuovo da Trieste a Tarvisio, questa volta escludendo Tolmezzo, ma investendo in circa 4 ore una buona metà del Friuli, compresa Udine, e presentando un livello di contaminazione che si definisce Fall out arancione (1RAD/h). In quest’area, nei quattro giorni successivi l’incidente, la dose di radiazioni complessivamente assorbiti da ogni abitante andrebbe da 20 a 100 RAD, di cui circa la metà presi nel primo giorno. Con un vento costante di 70 km/h sempre proveniente da est, la contaminazione radioattiva da Fall out arancione (1 RAD/h) investirebbe questa volta quasi tutto il Friuli.

• DANNI BIOLOGICI
Le radiazioni vanno distinte in due gruppi separati: quelle da plutonio, iodio e stronzio definite “alfa” e “beta” e poi quelle da cesio 137 definite invece come radiazioni “gamma”. Plutonio, iodio e stronzio sono pericolosi soltanto se inalati attraverso le vie respiratorie o assorbiti da cibi e dall’acqua ingerita. Il rischio è che si possano concentrare rispettivamente nei polmoni, nella tiroide e nelle ossa in quantità sufficiente a scatenare un cancro negli anni successivi. I più vulnerabili risultano essere i bambini e tra le prime norme sanitarie da prendere c'è il classico fazzoletto bagnato sul volto. I raggi  “alfa” hanno una portata di pochi centimetri e sono riscontrabili nella stragrande maggioranza di alimenti, ad esclusione dei tuberi di patate.Il vero problema sono però le radiazioni “gamma” del cesio 137, il quale non ha bisogno di essere introdotto nei polmoni, nello stomaco, nelle ossa o nella tiroide per uccidere di cancro: esso infatti può colpire le cellule di una persona anche da una distanza di 40 metri, inoltre possono provocare mutazioni genetiche sulla discendenza e, se presi in forte quantità possono anche uccidere per “morte da midollo osseo” entro poche settimane.

• CONTROMISURE
In una zona contaminata nel periodo pericoloso da Fall-out, cioè nei primi sei mesi, si tratterebbe di tenere il corpo isolato dalla polvere radioattiva, cioè dalla cenere nucleare, per evitare che gli isotopi radioattivi si fissino nei capelli, ai vestiti, alla pelle, elementi che per una persona, anche se allontanata in seguito dalla zona contaminata, continuerebbero ad irradiare  anche gli altri. Capelli coperti da cuffie o tagliati a zero quindi, vestiti leggeri e di nylon con guanti e stivali di gomma riparerebbero però solo dalle radiazioni “alfa” e “beta”, per quelle “gamma”, solo un metro e mezzo di cemento armato, o la corazza di un mezzo blindato dell’esercito o lo scafo di una nave, o 5 metri di terra possono fermarle.

• SOGLIE DECESSI
La dose di radiazioni gamma che colpirebbero le persone vengono espresse in Rem (uguale ad 1 Rad). A 500 Rem, metà dei soggetti morirebbero di infezioni entro 1 mese. L’altra metà dovrebbe sicuramente ammalarsi di cancro da radiazioni, entro 50 anni dall’evento. A 300 Rem potrebbero morire di cancro circa 3/5 dei soggetti esposti. A 100 Rem solo 1/5. Dubbie le stime riguardo alle mutazioni genetiche, da accertare quelle su eventuali aborti spontanei.

• CONCLUSIONI
La misura maggiormente sicura contro i disastri nucleari sono i rifugi, questione costosa ma da approfondire. Non bisogna credere che dopo Chernobyl e dopo il no al referendum al nucleare, l’Italia sia esente da pericoli. La battaglia contro la forza incommensurabile dell’atomo è ancora da vincere completamente perchè la scienza è ancora troppo indietro rispetto ai rischi spaventosi che il nucleare comporta: non possiamo ritornare indietro, ma non possiamo nemmeno fermarci all’energia da fissione. Dobbiamo andare avanti per arrivare alla fusione nucleare, all’atomo sicuro.

GIUSEPPE NACCI
Nasce a Trieste nel 1964. Laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Trieste con la tesi: “L’Immuno-scintigrafia nella diagnosi tumorale”, vince una Borsa di studio e frequenta il Servizio di medicina nucleare dell’Istituto Scientifico dell’ospedale San Raffaele di Milano. La sua attività è intervallata da funzioni di ricerca presso il Dipartimento di Medicina nucleare dell’Istituto Europeo di Oncologia che gli fornisce una particolare specializzazione inerente la Radio-Immuno-Terapia (R.I.T.). Nel maggio 2000 Giuseppe Nacci pubblica, con il sostegno editoriale della Fondazione Callerio Onlus-Istituto di Ricerche Biologiche di Trieste, il risultato di una sua sorprendente scoperta. Si tratta del libro, fuori commercio, ”La Terapia dei tumori con Gadolinio 159 in Risonanza Magnetica Nucleare”, edizioni Italo Svevo Trieste, fissando, con apposito brevetto, l’impiego dell’importante radio-isotopo. Nell’agosto del 2002 la rivista scientifica “Minerva Medica” ospita un suo “review” sugli “Effetti biologici di un’esplosione nucleare”, che introduce un  nuovo sistema in scala colorimetrica, di valutazione semplice e immediata, dei danni provocati dal Fall out sulla popolazione civile, fornendo indicazioni sulle linee di condotta raccomandate per un Progetto di Protezione Civile a lungo termine. Si occuperà anche di OGM mentre nell’ottobre 2006, ha pubblicato il libro “Diventa Medico di te stesso” per il quale ha ricevuto il premio di "miglior libro a tema scientifico dell'anno" conferito dall'Istituto per la promozione della Ricerca di Graz. Il 30 ottobre 2007 è stato insignito del Sigillo Trecentesco da parte della Città di Trieste, in riconoscimento del suo appassionato impegno nello studio e nella ricerca scientifica.



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